28 maggio 2017

Fino alla fine coraggiosi

I boschi bruciavano  
e loro
s'intrecciavano le mani intorno al collo
come mazzi di rose

la gente correva nei rifugi –
lui diceva mia moglie ha capelli
in cui ci si può nascondere

avvolti nella stessa coperta
sussurravano parole prive di vergogna
litania d'innamorati

Quando il pericolo era grande
si saltavano negli occhi
chiudendoli forte

così forte da non sentire il fuoco
che gli arrivava alle ciglia

fino alla fine coraggiosi
fino alla fine fedeli
fino alla fine somiglianti
come due gocce
sospese sull'orlo d'un viso


Zbigniew Herbert, "Due gocce", in: Rapporto dalla città assediata, a cura di Pietro Marchesani, con un saggio di Iosif Brodskij, Adelphi, Milano 1993.



27 maggio 2017

Sans échec, pas de morale

Ieri, a Oristano, c'è stata la presentazione della seconda edizione del mio saggio Simone le Castor. La costruzione di una morale (Cuec, Cagliari 2017). Ha generosamente introdotto Savina Dolores Massa con una lettura eseguita con voce pacata ed espressiva, seguita dalla relazione di Anna Maria Capraro, che, dopo una raffinata analisi del saggio (in cui devo dire che è riuscita a mettermi in gioco e a "spogliarmi" più di quanto sia accaduto in altre presentazioni), mi ha domandato perchè, in quale situazione e per chi io abbia scritto un'opera che ha un sapore "circolare", in cui "dopo ogni affondo si ricomincia" e "l'intero libro è come se finisse con un inizio". Più o meno così.
Insomma, mi sono ritrovata a raccontare, quasi come non avessi davanti un pubblico attento, ma fossimo io e lei nella cucina di casa davanti a una tisana fumante, del come e del perché, dopo tanti anni passati in una casa editrice a scrivere solo per gli altri, io abbia sentito la necessità di farlo per me. Già, perché io prima di tutto ho scritto per me, aggiungo qui, come una volta, prima che iniziasse l'alienazione duvuta sia detto con perspicacia – non al lavoro in sé, che so fare, ma al clima psicosociale, alla delusione nei confronti di persone nelle cui mani avevo messo il mio destino, abbandonando un altro lavoro, e che, tradendo la progettualità che avevo creduto condivisa, mi avevano gettata in una situazione dove io non avevo più alcun potere di intervenire per il cambiamento. Ho sostato per anni in una situazione al limite della sopportazione; ero diventata, nel malessere, irriconoscibile a me stessa. In realtà, dunque, quel "per me" è stato solo in riposta alla mia necessità di scrivere tout-court in un periodo in cui – per motivi che non sono stata lì a spiegare nei dettagli e su cui nemmeno ora mi soffermerò – vivevo un enorme vuoto, tanto più angosciante in quanto avevo sin lì sempre vissuto impegnata nella trasformazione dell'esistente. 
Al tempo vuoto non potrei mai abituarmi senza morirne, ed è quel tempo sconosciuto che ho cercato di addomesticare, sforzandomi di trasformarlo in tempo libero o almeno di individuare ancora al suo interno un'opportunità di libertà. Detestando la tristezza, avversando il dolore, ho capito abbastanza per tempo (momentaneamente schivando il rischio di cadere in depressione) che il solo modo concessomi per tornare ad avere io rispetto di me stessa era quello di riprendere a scrivere con sistematicità. Vivevo e tuttora vivo un periodo in cui rivedo e analizzo tante cose, come in un film, alla ricerca di punti di riferimento da buttare, salvare, equilibrare. È stato nel corso di questa ricerca (non oso chiamarla auto analisi, essendo stata una reazione alla crisi piuttosto selvaggia) che ho ritrovato Simone de Beauvoir, una delle filosofe che mi è stata maestra nel passaggio dall'adolescenza all'età adulta. E con essa ho deciso di trascorrere tante e tante ore della mia inedita e per certi versi mostruosa eccedenza di tempo. Ho riattraversato la sua opera con la mia scrittura per stare dentro a un argomentare  forte, razionale, illuminista, perché avevo bisogno esattamente di un pensiero in cui la fine non è mai una vera fine o almeno non è devastante come può esserlo una fine, proprio perché essa, la fine, è sempre messa in conto e di più: è assunta nel progetto di vita insieme a diverse altre contraddizioni e ambiguità che non sono affatto estranee all'esistenza, ma anzi costituiscono e caratterizzano la condizione umana. E in cui, soprattutto, il bisogno di costruzione e ricostruzione morale è con essa che inizia in modo particolarmente consapevole: con la fine, con lo scacco; è in quei frangenti che soprattutto si misurano la nostra responsabilità e capacità di trascendenza; è lo scacco a porre le basi della costruzione e della ricostruzione consapevole della morale. Eccetera. Non ho idea, infatti, nemmeno di finire questo post: se vi viene voglia leggete il libro. 
Nelle foto: 26 maggio 2017, al Centro Servizi Culturali UNLA di Oristano per la presentazione di Simone, le Castor. La costruzione di una morale (Cuec, Cagliari 2017), con Savina Dolores Massa, splendida scrittrice e cara amica.

1 maggio 2017

Ora dico due

 I boschi

Alla fine i boschi
sono estirpati
e gli alberi maestosi
sono spariti,

lasciando un intrico
di arboscelli e rampicanti,
stremati e orribili,
tracce confuse

delle cose semplici
che un tempo erano qui,
le chiome alte per le trinagre,
le radure per il cervo.

Haiden Carruth, in Poesia. Mensile internazionale di cultura poetica, febbraio 2017, p. 14.




I mondi

Sono quattro – dicono i saggi – i mondi,
tre sono sopra questo, l'evidente,
e plurimo il reale, per fortuna.
Ma è qui dove si posa la farfalla ancora,
è qui la meraviglia delle erbe
e tutta la natura vilipesa,
l'eclissi dei volti che consolano.
È qui che pieni di paura e d'incoscienza
si fa del nostro peggio,
tentando di scrollar di dosso
tanto infinito doloroso basto
e domande inevase, la menzogna.
Com'è tutto, a volte, nei polmoni
un soffio d'aria nuova nella sera,
come è lungo il respiro della pazienza.
 

Maurizio Meschia, idem, p. 74.

30 aprile 2017

Amargura

Ó gente da minha terra
Agora é que eu percebi
Esta tristeza que trago
Foi de vós que recebi